
Threat Landscape Q2 2026: l'attacco non forza più la porta. Usa le tue chiavi.
Nel secondo trimestre 2026 il nostro team CTI ha analizzato quattro campagne che sembrano non avere nulla in comune: l'esposizione massiva di credenziali FortiGate (FortiBleed), la compromissione di 32 pacchetti npm nel namespace @redhat-cloud-services (malware Miasma), la disclosure non coordinata di nove zero-day Windows (Nightmare-Eclipse) e una vulnerabilità nel kernel Linux (Bad Epoll, CVE-2026-46242).
Lette come schede separate, chiedono risposte separate. Lette insieme, raccontano una cosa sola.
Il punto: la vulnerabilità non serve più
Per anni la difesa ha inseguito il software vulnerabile. E il patching resta un presidio fondamentale: sistemi aggiornati riducono la superficie d’attacco, rendono molte tecniche più complesse da eseguire e costringono l’attaccante a generare più rumore.
Ma il Q2 2026 mostra anche il limite di una difesa concentrata solo sulle vulnerabilità. Sempre più spesso, per entrare e muoversi nella rete, all’attaccante non serve sfruttare una falla: gli basta utilizzare ciò che è già autorizzato e considerato affidabile.
Credenziali valide, funzioni diagnostiche native, codice firmato, perfino lo stack di sicurezza stesso.
È un cambio di gioco che ha un nome per ogni mossa. LOTL (Living Off the Land): muoversi nella rete utilizzando strumenti di sistema già presenti. LOLBins (Living Off the Land Binaries): binari legittimi come PowerShell, WMI e PsExec piegati a scopi offensivi. BYOVD (Bring Your Own Vulnerable Driver): caricare un driver firmato ma vulnerabile per eseguire codice a livello kernel, il cosiddetto ring 0, e disattivare l’EDR dall’interno.
Il problema?
Molti controlli difensivi presuppongono che l’attività malevola sia distinguibile da quella legittima: una firma antivirus, un exploit da rilevare, un artefatto anomalo.
Quando l’attacco passa invece attraverso account autorizzati, funzioni native e componenti firmati, questo assunto viene meno. Il sistema può essere aggiornato e comunque non generare alcun segnale, perché ciò che sta osservando appare tecnicamente legittimo.
Quattro casi, la stessa tecnica di fondo
FortiBleed: le chiavi, non la serratura.
Nessuna CVE di FortiOS. Gli operatori aggregano, validano e riutilizzano credenziali valide, poi usano il tool FortiGateSniffer, che abusa della funzione nativa diagnose sniffer packet - quella che gli amministratori usano per il troubleshooting - per intercettare il traffico SSL VPN direttamente sul firewall.
Il firewall di sicurezza diventa il sensore dell'attaccante, gli hash raccolti finiscono su un'infrastruttura di cracking Hashtopolis da 45 GPU: parliamo di centinaia di migliaia di euro di risorse dedicate, pianificazione da livello militare. E nel dataset rientrano anche dispositivi aggiornati all'ultima versione.
Miasma: la fiducia della supply chain.
L'attore non deve forzare nulla. Compromette l'account GitHub di uno sviluppatore RedHatInsights via estensione VS Code infostealer, altera i workflow GitHub Actions e pubblica 32 pacchetti npm firmati ma malevoli. Il codice parte da solo, durante un banale npm install, tramite script preinstall. Ogni anello - identità, namespace, pipeline, firma - è legittimo. È l'insieme, la fiducia, a essere sfruttato.
Nightmare-Eclipse: la fiducia come bersaglio.
Nove zero-day (7 già CVE) contro i pilastri di Windows: Microsoft Defender, BitLocker, Secure Boot. E qui il dettaglio cruciale per ogni IT manager: alcuni PoC sono stati rilasciati a ridosso del Patch Tuesday.
Tradotto: la finestra di esposizione si dilata di settimane, fino al ciclo di patch successivo, proprio mentre il proof-of-concept è già pubblico e pronto all'uso. La procedura di disclosure, pensata per proteggere, viene usata contro chi difende.
Bad Epoll: quando anche la conoscenza diventa un'arma.
Un singolo commit del 2023 introdusse due race condition gemelle nel sottosistema epoll del kernel. La prima (CVE-2026-43074) l'ha trovata il modello AI Mythos di Anthropic. La seconda (Bad Epoll) è sfuggita agli analisti umani per anni.
Un caso da manuale di cosa vede una macchina e cosa manca un revisore umano. Tasso di successo dell'exploit: ~99%, cifra eccezionale per una race condition. Sfruttamenti in the wild al momento zero - ma write-up e PoC funzionante sono già su GitHub.
E la classifica ransomware conferma la rotta. I gruppi in ascesa: 888, FulcrumSec, Coinbasecartel, praticano data-theft-led extortion: niente cifratura, niente sistemi bloccati. Furto di credenziali via infostealer, credential stuffing, social engineering. Se hai già un accesso valido, non ti serve cifrare: ti basta uscire con i dati. "Ransomware" è ormai una parola fuorviante.
Il problema non è la mancanza di dati
Ecco la parte scomoda: preso evento per evento, ogni attacco appare legittimo.
Un login riuscito con credenziali valide è legittimo. Una sessione di packet capture su un firewall è legittima. Un npm install che esegue uno script preinstall è legittimo. Un processo con privilegi SYSTEM, in quel singolo istante, è indistinguibile da uno autorizzato.
La compromissione diventa visibile solo mettendo in relazione domini che di solito si monitorano separati: identità, endpoint, rete, supply chain. Non manca la traccia, ogni campagna ne lascia.
Manca la correlazione.: chi non ce l'ha ha tutti i log necessari e resta comunque cieco, perché nessun log, da solo, contiene l'anomalia.
Cosa guardare (i segnali sono comportamentali, non statici)
Accessi riusciti da ASN o posizioni incoerenti col profilo utente, soprattutto su account admin e VPN.
Funzioni native fuori contesto: diagnose sniffer packet senza troubleshooting, montaggio di ISO/VHD da utenti standard, script preinstall che leggono .env, chiavi SSH o token.
Sequenze ravvicinate: accesso VPN → attività su Active Directory; npm install → connessioni in uscita verso infrastrutture sconosciute.
Binari o pacchetti "fidati" solo in apparenza: eseguibili FortiGateSniffer, versioni @redhat-cloud-services pubblicate dopo il 1° giugno 2026.
Credenziali aziendali già presenti in esposizioni note. Nessuno di questi eventi, da solo, è un allarme. La loro combinazione sì.
Azioni prioritarie
Ridurre la fiducia implicita
- Patching come baseline: necessario, ma non più sufficiente come metodo standalone
- MFA phishing-resistant su tutte le interfacce VPN e di gestione: interrompe il riutilizzo delle credenziali valide, il fulcro dell'intera catena, e funziona anche sui dispositivi già aggiornati.
- Least privilege sulle identità di sviluppatori e amministratori: nel caso Miasma sono state la porta d'ingresso.
- Pinning delle dipendenze: via i modificatori di versione flessibile (^, ~) da package.json, per bloccare gli aggiornamenti automatici a release non verificate.
- Limitare gli strumenti nativi ad alto potenziale: interfaccia di gestione ristretta a IP fidati, blocco via policy del montaggio immagini disco per utenti non admin, PIN di avvio BitLocker oltre al TPM.
Correlare i segnali
- Correlazione cross-domain tra autenticazione, attività sugli apparati, movimenti interni e comportamento delle pipeline, non silos separati.
- Rilevamento comportamentale (UEBA) orientato all'abuso di strumenti legittimi, non solo alla presenza di malware.
- Investigare gli accessi sospetti anche se riusciti, ed esaminare i log retrospettivamente.
- Estendere l'Incident Response oltre il perimetro compromesso - Active Directory, host di sviluppo, secret cloud - quando l'accesso iniziale è passato da credenziali o supply chain.
Nota bene
Non tutti i casi pesano allo stesso modo. FortiBleed e Miasma incarnano la tesi in modo diretto: nessuna vulnerabilità software sotto. Bad Epoll e Nightmare-Eclipse partono invece da bug reali; a spostare il baricentro sono l'abuso dei meccanismi fidati e la disponibilità pubblica degli strumenti di sfruttamento — non l'assenza della falla.
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